Stesso problema, soluzioni diverse

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato per la quarta volta in cinque anni una risoluzione contenente sanzioni nei confronti dell’Iran. Dodici le nazioni favorevoli al testo presentato con insistenza dagli Stati Uniti, due contrarie – Turchia e Brasile – mentre il Libano si è astenuto dal voto.

Le misure adottate riguardano prevalentemente il settore bancario e quello energetico, ma limitazioni economico-finanziarie sono state estese anche alla Guardia Rivoluzionaria accusata di controllare la maggior parte dei flussi di contrabbando di armi nel paese. È stato anche esteso il numero di attività iraniane da tenere sotto stretta e attenta attenzione da parte di tutti i paesi che compongono l’Assemblea delle Nazioni Unite. L’obiettivo di queste sanzioni è ancora una volta quello di dissuadere il presidente Ahmadinejad dal portare avanti lo sviluppo di un programma nucleare che alimenterebbe il livello di destabilizzazione politica già elevato nell’area.

Benchè non molto diversa da quelle precedentemente approvate dal 2006 in avanti, la risoluzione 1929 contiene – secondo il Segretario di Stato americano Hillary Clinton – “le più pesanti sanzioni che l’Iran abbia mai subito”. I cinque membri permanenti hanno votato compatti, compresi dunque Russia e Cina che avevano più volte richiesto garanzie sul fatto che le sanzioni non colpissero direttamente la popolazione. Il problema però è che le già precarie condizioni economiche in cui versa il paese, dilaniato da disoccupazione, inflazione e corruzione, possano solo peggiorare con l’attuazione di queste nuove misure restrittive, toccando in prima battuta i civili piuttosto che le strutture politico-militari.

È ormai dagli anni Cinquanta che l’Iran cerca di ottenere la tecnologia per realizzare armi nucleari ed entrare così nella lista degli otto stati dotati di questa tecnologia bellica. Cinque di questi – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina – sono aderenti al Trattato di non proliferazione, siglato dai primi tre nel 1968; India, Pakistan e Corea del Nord hanno invece dichiarato di essere in possesso di arsenali nucleari ma non hanno mai firmato il Trattato. Resta fuori da questa lista Israele, che non ha mai ufficializzato la sua posizione né fornito informazioni sul suo potenziale atomico, ma al tempo stesso non ha mai smentito le voci sul fatto di essere effettivamente in possesso di armi nucleari. Una interessante inchiesta del Guardian pubblicata lo scorso maggio ha però rivelato la presenza di documenti segreti contenenti offerte da parte di Israele nei confronti del regime sud-africano duranti gli anni dell’Apartheid di vendere armi nucleari, rivelando quindi l’esistenza di un arsenale atomico in Medio Oriente.

Quantomeno curioso, quindi, che gli Stati Uniti, seguiti a ruota dalla maggior parte delle nazioni occidentali, siano da anni impegnati in una lotta estenuante nel tentativo di impedire ad un paese sovrano – per quanto violento e spesso terribile nelle sue azioni repressive – di dotarsi di questa tecnologia, quando armamenti di livello ben più avanzato si trovano apparentemente già nelle mani di un’amministrazione – quella israeliana – che come si è visto due settimane fa non esita a ricorrere alla violenza e all’uso della forza del suo esercito per far valere le proprie ragioni. Nucleare, due pesi e due misure.

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L’incertezza del Regno Unito

Alla fine, come era stato largamente previsto da settimane dalla quasi totalità dei commentatori politici del Regno Unito –  ma non solo -, lo spettro di un hung parliament si è trasformato in realtà.

Il verificarsi di questa particolare condizione è un evento piuttosto raro in Gran Bretagna; l’ultimo caso risale infatti al 1974, quando il partito Laburista guidato da Harold Wilson ottenne una maggioranza dei seggi inferiore a quella assoluta e il tentativo di governare fallì dopo appena 8 mesi, rendendo necessario indire nuove elezioni.

I risultati usciti dalle urne britanniche hanno generato il cosiddetto ‘parlamento appeso’, situazione che si verifica quando nessuno dei partiti che concorrono al governo ottiene la maggioranza assoluta in termini di MP, il corrispettivo dei nostri deputati, che corrisponde a 326 seggi. In questa condizione diventa impossibile per il partito vincente riuscire a governare da solo, venendo a mancare al momento del voto dei vari provvedimenti il numero di consensi che possa garantirne il successo e dunque l’approvazione da parte della House of Commons (la camera bassa del Parlamento). Senza l’appoggio di componenti degli altri partiti nessuna legge può essere approvata, generando così la paralisi totale dei lavori.

Le vie d’uscita da questa situazione sono sostanzialmente due; in una prima ipotesi il partito uscito vincitore dalle urne si accorda di volta in volta con singoli parlamentari di schieramenti avversari fino a raccogliere il numero minimo di voti necessario. La seconda ipotesi – attualmente quella più battuta nelle quinte dei tre partiti più grandi – prevede la formazione di una coalizione di governo capace di garantire il regolare svolgimento dei lavori parlamentari.

Il successo dei Conservatori, che al momento in cui scriviamo hanno raccolto 100 seggi in più rispetto alle elezioni del 2005 vinte da Tony Blair, è dunque una vittoria a due facce. Se da un lato il sorpasso sul partito di Gordon Brown è innegabile e segnala quindi un’inversione di tendenza nelle preferenze dei cittadini britannici dopo 13 anni di governi laburisti (Blair 1997-2007, Brown 2007-2010), dall’altra mette in stallo i lavori in Parlamento che non potranno ricominciare fino a quando non verrà trovata una soluzione di sblocco.

Ancor prima dell’arrivo dei risultati definitivi sono già iniziati i colloqui tra David Cameron e il leader del partito Liberal Democratico Nick Clegg, il quale si è reso disponibile fin da subito ad affrontare la situazione di stallo, nel tentativo di cercare una soluzione in tempi brevi.
Le posizioni dei due partiti sono però molto diverse e talvolta distanti su diversi punti (Europa e difesa i più significativi) e sembra dunque difficile che si possa trovare una qualche forma di accordo già nelle prossime ore. Questa è la ragione principale per cui Gordon Brown non ha ancora presentato le proprie dimissioni pur avendo numericamente perso il confronto con il leader conservatore. Il Primo Ministro britannico ha invece teso la mano a Clegg – passato nel giro di due mesi da outsiders ad ago della bilancia decisivo per il futuro del paese -, ricordando però che nel caso in cui venisse trovato un accordo in grado di generare un’alleanza tra Conservatori e Lib-Dem, non tarderà a presentarsi a Buckingham Palace e rimettere il proprio mandato.

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