Resistenza, lettere dei partigiani italiani

“Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre” – Paolo Braccini, 36 anni, partigiano

“Mi trovo a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo” – A. Albico, 24 anni, partigiano

“Carissimi genitori siamo stati condannati a morte. La mia roba, datela ai poveri del paese” – Ampirino, 20 anni, partigiano

“Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui” – Barilatti, 22 anni, partigiano

“Gianna, figlia mia adorata, sarò fucilato all’alba per un ideale che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno” – Braccini, partigiano

“La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio” – Giordano Cavestro, 18 anni, partigiano

“Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l’idea che c’è in me” – Bruno Frittaion, partigiano

“Sono gli ultimi istanti della mia vita, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse” – Irma, partigiana

“Caro Papà il tribunale militare tedesco mi strappa le carni che tu mi avevi fatto dono, perché hanno sete di sangue” – Bruno, 19 anni, partigiano

“Mi hai dato le uniche ore di felicità della mia povera vita ti dono gli ultimi miei battiti d’amore. Addio Livia” – Roberto, 22 anni, partigiano

“Cara Luciana oggi verrò giustiziato, morirò con il tuo nome sulle labbra” – Francesco Caselli, partigiano

“Cara Mamma, perdonami! Dio non mi ha concesso di vedere il giorno della liberazione, lo vedrò dai tuoi occhi” –  Inigo Campioni, partigiano

“Amore mio in questo momento che scrivo sento il più grande dolore della mia vita. Pensi tu Anna amore, ai nostri figli” – Ottavio, partigiano

“Ti ringrazio dell’amore che mi hai dato, del tuo cuore che per cinque anni ho sentito palpitare nelle mie mani. Addio” – Francesco, partigiano

“Addio piccolo amore dei giorni più belli. In questo momento, tutti i ricordi più belli del nostro amore straordinario” –  Franco, partigiano

“Muoio per riveder l’Italia senza corruttela, primeggiante nelle scienze e nelle arti, in ogni operosità civile” – Dardano, partigiano

“Pierina sei stata il mio primo solo ed unico amore ,fossi vissuto ti avrei chiesta sposa ti avrei fatta felice” – Pietro, partigiano

“Non ho paura della morte, sono un Eroe? No, sono tranquillo: muoio per aver lottato per la liberazione dell’Umanità oppressa” – E.G, partigiano

 

Grazie a @colvieux per averle pubblicate.

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Moody’s e (dis)informazione all’italiana

Questa mattina i titoli dei principali quotidiani italiani online riportano erroneamente che l’agenzia americana di rating Moody’s prevede l’uscita dalla crisi per l’Italia già nel prossimo anno.

 

Repubblica.it – «Moody’s: “Con le riforme Italia fuori dalla crisi nel 2013»

Corriere.it – Crisi, Moody’s: «Italia salva nel 2013»

La Stampa.it - Moody’s: «Italia salva nel 2013»

Il FattoQuotidiano.it – Moody’s: «2013, Italia e Spagna salve»

 

Umh no. Moody’s non ha scritto questo nel suo Credit Outlook del 20 agosto.

Le parti che riguardano l’Italia sono le seguenti:

 
“The second-quarter results confirm that the economies of countries accounting for 60% of total euro area output are either contracting or stagnant, with southern nations among the worst performers.
During the second quarter, Portugal (Ba2 negative) contracted by 1.2%, Italy (Baa2 negative) by 0.7% and Spain (Baa3 review for downgrade) by 0.4%. Although the Hellenic Statistics Agency does not release seasonally adjusted quarterly GDP figures, Greece’s (C) economy shrank by 6.2% relative to the same period a year earlier. Meanwhile, northern member states generally reported growth in the second quarter, although for most it was lower than in the first quarter. Germany’s (Aaa negative) growth was 0.3%, while Austria (Aaa negative) was 0.2%.”
 
 
“The contrast between the northern member states and the southern periphery highlights the difficulties that policymakers in Greece, Italy, Portugal and Spain face as they seek to improve their countries’ competitiveness and restore growth in an environment of subdued domestic demand, weakened business and consumer confidence, and ongoing private-sector deleveraging. We expect the divergence in economic performance between the northern and southern countries to persist in 2012 and 2013.
Germany and Austria will register modest growth rates, while Greece, Italy, Portugal and Spain will remain in recession.”  
 

E non vi è traccia degli slogan che capeggiano sulle homepage di questa mattina. Resta da capire perché disinformare in modo così becero quando i documenti dicono tutt’altro e sono disponibili al pubblico.

Qui trovate il report completo di Moody’s sull’Europa.

 

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Due o tre cose su Julian Assange

Oggi il ministro degli Esteri dell’Ecuador Ricardo Patino ha dichiarato che la richiesta di asilo del fondatore di WikiLeaks Julian Assange, è stata accolta.

Le accuse che gli vengono rivolte e per le quali è stata chiesta la sua estradazione (tra l’altro molto prima di quella avanzata dagli Stati Uniti) non sono di tipo politico. Assange è accusato di molestie sessuali ai danni di due donne e affrontare la giustizia come tutti i comuni cittadini non dovrebbe essere in discussione. La Svezia non ha condanne alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per violazione dei diritti dell’imputato, dunque il giornalista australiano non ha nulla da temere in quanto a garanzie per lo svolgimento di un regolare processo.

Spesso si tende a confondere il giornalista Assange con l’organizzazione da lui creata nel 2006, WikiLeaks. Se viene data per scontata quest’associazione di idee risulta poi difficile scindere le accuse che entrambi i soggetti si sono visti recapitare nel corso degli anni. Ne consegue che per difendere la sacrosanta libertà di informazione – per la quale si batte giustamente WL – si finisce con il coprire  le – presunte – malefatte del suo fondatore. “WikiLeaks is not Julian Assange” dovrebbe essere un mantra da ripetere ogni volta che si affronta il discorso su giustizia-estradizione-sovranità.

Paradossale, infine, il rifiuto di farsi processare e difendersi in tribunali di paesi liberi e democratici – Svezia, UK e US – ma la decisione di rifugiarsi in un paese, l’Ecuador, tutt’altro che amico della stampa e dei giornalisti, e al tempo stesso continuare a ricevere lo stipendio da Vladimir Putin, uno che in termini di libertà di espressione non ha nulla da insegnare al resto del mondo.

E a proposito di mondo, per quale ragione dovrebbe essere più facile estradare Assange negli Stati Uniti dalla Svezia piuttosto che dalla Gran Bretagna tenendo conto del “rapporto particolare” che innegabilmente lega i primi con gli ultimi?

 

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Il movimento No Tav può vincere

Il movimento No Tav può vincere. Davvero, può vincere.

Tutti i partiti dell’arco parlamentare difendono con ogni mezzo la grande e insensata porcata, con il PD punta di lancia della repressione e della criminalizzazione, eppure il movimento No Tav può vincere.

Tutti i media mainstream, tutti i TG e i grandi giornali fanno carte false a difendere la grande e insensata porcata, con TG3 e Repubblica tra i più zelanti, eppure il movimento No Tav può vincere.

Tutti i “buoni”, da Monti a Napolitano a Calabresi Jr., sono tetragoni e compatti nel difendere la grande e insensata porcata, eppure il movimento No Tav può vincere.

Adesso proveranno con la strategia di comprarsi il consenso in Valle, con agevolazioni fiscali, convenzioni con albergatori e ristoratori, eppure il movimento No Tav può vincere.

Non dico che vincerà: dico che può vincere, perché sento il rumore delle crepe che pian piano si allargano.

Dico che può vincere, perché riconosco il panico nei ghigni serrati dei potenti, nelle loro espressioni da morenti di tetano: “Ma com’è possibile? Quelli continuano a manifestare, a esporre argomenti, a fare blocchi… e per giunta in tutta Italia? Gli abbiamo scaricato addosso tutto l’arsenale poliziesco e mediatico! Ogni giorno li copriamo di merda! Ci siamo spinti in basso come mai ci eravamo spinti, con la bagarre demenziale sulla pecorella e l’encomio al carabiniere… Eppure sono ancora lì! E ci si mettono gli artisti, i cantanti… Perché non funziona niente?”

Dico che il movimento No Tav può vincere, perché il suo è un gioco di verità più forte, più potente, più efficace. E c’è del ju-jitsu, nella sua prassi. A fare propaganda per il movimento No Tav è lo stesso potere cieco e folle che lo avversa: ogni volta che un politico apre bocca per disinformare e dire ovvietà, ogni volta che un TG si presta a diventare il mattinale della questura, ogni volta che si riversano sulla Valle tonnellate di guano prese dal deposito del qualunquismo italiano, si rafforza il frame di Davide contro Golia: a un movimento popolare sorto dal basso si contrappone con tutta la sua violenza un vasto blocco politico-industriale-militare-criminale.

E’ vero, in questo Paese c’è gente che non ha problemi a tifare per Golia, ma solo quando Golia riesce a travestirsi da Davide. Quando non ci riesce, o non ci riesce più, il consenso cala, o meglio, si sfarina.

Io forse sarà ancora influenzato e commosso dalla canzone alpina della Brigata Cretinetti, chi lo sa, ma quel che penso lo dico: il movimento No Tav può davvero vincere.

 

via Wu Ming

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Non sono tutte uguali le geografie

Nella testa di qualcuno
per andare da Torino a Lione
si passa per Genova, stazione Bolzaneto.
E dev’essere un treno
speciale
la sua meccanica dev’essere
quantistica
infatti va a zig-zag nel tempo
Fa scalo a Città del Messico
nel sessantotto
(fico, ci sono le olimpiadi!)
fa il pieno a Pechino, Piazza Tiananmen
nell’ottantanove
passa per Santiago del Cile
nel settantatré
e in altri bei posti, altri bei momenti
e non arriva mai in ritardo
spacca il minuto
coi manganelli
i passeggeri non mancano
una coincidenza (fortunelli!)
o un decennale
E corre corre corre sempre più forte
corre corre corre, verso la…
No, chiedo venia
Quella era un’altra canzone.
E allora pazza gioia, felicitas mundi
Partiremo puntuali per Lione
spaccando il minuto e le teste
passando per tanti bei posti.
Ho visto il meteo, lungo il viaggio
troveremo un po’ di nebbia
urticante
Non c’è da preoccuparsi, basterà
chiudere i finestrini
e affidarci a chi guida.
Chi guida
sa cos’è meglio per noi.

via Wu Ming per il movimento #NoTav:

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Vento di speranza

A leggere le notizie che arrivano dall’Italia, tra amministrative, ballottaggi e alle soglie di uno storico referendum, sembra che il vento stia davvero cambiando. La viva speranza per chi come me osserva – forse con un po’ di distacco ma sempre con interesse – cosa succede a casa è che questo vento possa davvero continuare a spirare fino a diventare la forza in grado di sollevare e portare via vergogne, scandali, abusi e soprusi che si sono stratificati sul Paese in un quasi totale silenzio.

La vera speranza, e lo scrivo senza tanti giri di parole, è che l’attuale Presidente del Consiglio possa subire un ulteriore schiaffo, dopo quello elettorale, da quel popolo che tante e troppe volte ha chiamato in causa per difendersi da critiche e accuse senza averne alcun diritto. La balla della legittimazione da parte del popolo, secondo la quale tutto è concesso nel momento in cui si ha la fiducia della maggioranza degli elettori, è stata sbandierata innumerevoli volte senza però avere alcun fondamento giuridico né tantomeno legislativo. Una semplice lettura della Costituzione è più che sufficiente per capire quanto si basi sul nulla quel tipo di atteggiamento dai tratti arroganti, presuntuosi e pure ignoranti, essendo noto che l’Italia è una Repubblica parlamentare e non primo-ministeriale.

Ed è in quella stessa Costituzione che ai cittadini viene offerta la rara ma concreta possibilità di far sentire la propria voce, di decidere di questioni essenziali per il proprio futuro, di esercitare il diritto di esprimere nero su bianco la propria opinione, atto vitale e fondamentale di una democrazia che possa essere definita tale. Rinunciare a questo diritto sarebbe un delitto contro la democrazia stessa, vorrebbe dire innalzare un muro insormontabile per quel vento nuovo che ha iniziato il suo percorso qualche settimana fa, significherebbe infine abbandonare una delle poche occasioni di vera democrazia diretta che il sistema politico attuale consente.
Non voglio addentrarmi nello specifico dei quesiti salvo per sottolineare che: primo, le centrali nucleari non si faranno mai perché nessuno (da destra a sinistra) le vuole nel giardino dietro casa. Secondo, statuti regionali e comunali rendono difficile, anche se non impossibile, il passaggio di un bene universale come l’acqua nella mani di aziende e privati. Terzo, è altamente improbabile che Berlusconi rinunci alla sua fuga dai processi che lo vedono imputato nel momento in cui venisse a mancargli il legittimo impedimento; troverà altre vie per continuare a svincolarsi dalle maglie della legge. Possiede ancora i numeri e gli uomini per poterlo fare e la recente storia italiana dimostra che la forza della disperazione di quest’uomo non conosce limiti.
L’unico barlume di speranza che in questi due giorni sarà riposto nella mani dei cittadini italiani, deriva dal fatto di poter arrivare là dove non sono stati sufficienti richiami, moniti e obiezioni nel merito portati avanti da Presidenti della Repubblica e sentenze della Corte Costituzionale negli ultimi dieci anni.

Quello del 12 e 13 giugno, volente o nolente, sarà un voto su Berlusconi. Sarà, mi auguro, la risposta di quel 75% di italiani che – a suo dire – è sempre dalla sua parte e lo sostiene nonostante tutto. Indirettamente e probabilmente inaspettatamente si è chiamato un referendum sulla sua persona, quel plebiscito che dice di avere ovunque vada e qualsiasi cosa faccia potrebbe essere smentito in modo netto ed inequivocabile dal risultato del referendum. Le preferenze dimezzate nelle amministrative della “sua” Milano sono state un duro colpo assestato con il giusto mix di sorpresa e voglia di ricominciare. Privarlo di quel consenso che ancora crede di avere potrebbe significare spingerlo sull’orlo del suo baratro politico. In attesa di trovare qualcuno in grado di cavalcare questo nuovo vento per il ko definitivo.

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Sant’Oro

Michele Santoro può piacere o non piacere, personalmente lo trovo abbastanza fazioso e ultimamente anche un po’ noioso. Niente in confronto all’agguerrito presentatore dei tempi di Sciuscià e Il raggio verde. Detto questo la scelta della Rai di privarsi di Annozero è semplicemente folle in termini puramente economici.
I dati parlano chiaro: lo share del programma è passato dal 13,5% del primo anno (2006) al 20,7% di quest’anno, con tutto quello che questo significa in termini di pubblicità raccolta. Nello stesso lasso di tempo lo share medio di RaiDue in fascia serale è sceso dal 10,9% all’8,8%; così, giusto per dire.

Ora, posto che ciascuno è libero di gioire e festeggiare per quello che ritiene più opportuno, sarebbe davvero il caso che i giornalisti (sic.) di Libero e del Giornale ammettessero il fatto che la trasmissione di Santoro sia una delle poche che costano meno di quanto rendono in termini di fatturato pubblicitario. Poi sarebbe il caso che confrontassero quei dati con quelli delle trasmissioni di Vespa e Paragone. Infine sarebbe auspicabile che riconoscessero come il servizio pubblico radiotelevisivo pagato dai cittadini italiani si sia privato di un programma che non pesava minimamente sulle loro tasche, riuscendo – evento più unico che raro – a portare degli utili nelle casse di mamma Rai a fine anno.

Si tratta di aritmetica da quarta elementare, non di sottili ragionamenti politologici.

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